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Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2019

 

L’Italia che progetta: le sfide dell’economia,

il reddito e le decisioni di investimento

 

n  Reddito: nel 2019 torna ad irrobustirsi il ceto medio. Il 57,5% percepisce un reddito compreso tra i 1.500 e i 3.000 euro al mese

n  Il primo obiettivo degli investimenti resta la sicurezza; la liquidità è stabile al secondo posto; segue il rendimento di lungo termine

n  Case e patrimonio: record di proprietari. Il 63 % dei patrimoni è rappresentato da case

n  Le aspettative pensionistiche tornano a crescere. Aumenta il numero delle assicurazioni per i rischi della salute e della longevità

n  Il risparmio gestito raggiunge il 15,3% degli intervistati. Oltre l’80% si dichiara molto o abbastanza soddisfatto dell’investimento

L’Italia che progetta - Gli “ottimisti”

n  Al primo posto gli investimenti nel mattone: il 57% ha ristrutturato la casa o un altro immobile

n  Investimento in capitale umano: i corsi di formazione, specializzazione e post-laurea hanno dato ottimi risultati per trovare o migliorare il lavoro

n  Lavoro: il 37% ha visto aumentare la propria retribuzione ma le donne restano ancora indietro rispetto agli uomini

n  I risultati: in media gli “ottimisti” guadagnano 283 euro in più rispetto al campione principale. Prevale il risparmio intenzionale, dove la casa risulta come obiettivo principale

 

 

Di seguito la sintesi della ricerca:

n  Reddito: nel 2019 aumentano i giudizi di sufficienza. Si espande nuovamente il ceto medio. Negli ultimi tre anni i bilanci delle famiglie hanno riacquistato parte della prosperità perduta durante la lunga crisi: il saldo tra coloro che ritengono sufficiente o insufficiente il reddito per sostenere il tenore di vita corrente sale nel 2019 al 69 per cento degli intervistati, massimo storico del decennio.

Torna ad irrobustirsi il ceto medio. Le tre fasce centrali di reddito del campione, che includono coloro che percepiscono dai 1.500 ai 3.000 euro al mese, si attestano al 57,5 per cento rispetto al 51,7 per cento di tre anni prima. Approssimativamente, un milione e trecentomila famiglie, secondo i dati del 2019, sono rientrate a far parte del ceto medio o vi sono entrate per la prima volta, riallargandolo

 

n  Il primo obiettivo degli investimenti resta la sicurezza; la liquidità è stabile al secondo posto; segue il rendimento di lungo termine. Si conferma anche nel 2019 l’avversione al rischio degli intervistati, anche a costo di sacrificare il rendimento. Quando impiegano il risparmio, gli intervistati continuano a mettere al primo posto l’obiettivo della sicurezza (62,2 per cento vs. 59,6 per cento nel 2018); al secondo posto si conferma il bisogno di liquidità (37,9 per cento).

 

n  Case e patrimonio: record di proprietari. Il 63 per cento dei patrimoni è rappresentato da case. Gli intervistati dichiarano il possesso di una ricchezza finanziaria media pari 101mila euro (3,9 volte il reddito medio); la ricchezza immobiliare è invece pari a 169 mila euro. Ne deriva una ricchezza complessiva per intervistato di 270 mila euro (al netto delle quote di aziende), che sale rispettivamente a 355 mila e 384 mila euro nel caso dei laureati e dei professionisti e imprenditori. Nei dodici mesi precedenti l’Indagine il 6,7 per cento del campione ha investito in case (8,7 per cento nel 2018 e 5,7 per cento nel 2017) ma solo il 3 per cento circa l’ha fatto per acquistare o cambiare la propria prima casa; gli altri acquisti sono stati realizzati per ragioni collegate all’impiego ereditario o per avere un reddito aggiuntivo nella vecchiaia. Gran parte del campione condivide che la casa possa offrire un’entrata integrativa al momento della pensione; solo il 22 per cento circa conosce il “prestito vitalizio ipotecario”.

 

n  I risparmiatori (52 per cento) superano di nuovo i non risparmiatori (48 per cento). La percentuale dei risparmiatori nel campione torna finalmente a superare quella dei non risparmiatori, dopo aver toccato il minimo storico del 39 per cento nel 2013. La percentuale di reddito risparmiata raggiunge nel 2019 il massimo storico (12,6 per cento, vs. il 12 per cento nel 2018 e 9 per cento nel 2011). La quota di risparmiatori è massima nel Nord-Est (63,8 per cento), seguito dal Centro Italia (54,2 per cento).

 

n  Le aspettative pensionistiche risalgono. Si fanno strada le assicurazioni per i rischi della salute e della longevità. Nel 2018 il 62 per cento degli intervistati si attendeva di ritirarsi in pensione tra i 66 e i 70 anni di età; nel 2019 la percentuale scende al 50 per cento. Sale invece la pensione media mensile attesa, che passa da 1.175 euro nel 2018 a 1.323 nel 2019. Inoltre, il saldo percentuale tra coloro che si aspettano di avere un reddito sufficiente e non sufficiente al momento di andare in pensione si porta tra il 2018 e il 2019 dal 31,2 al 42,4 per cento del campione, massimo degli ultimi quindici anni.

Solo il 13,7 per cento del campione dichiara di essersi dotato di un fondo pensione. Migliora però la comprensione della varietà dei bisogni legati all’invecchiamento. Nel 2019, infatti, non solo aumenta l’acquisto dei prodotti di bancassurance, sia ramo vita che ramo danni, ma affiorano percentuali non basse di sottoscrittori di polizze e di forme assicurative e di welfare aziendale rivolte a soddisfare i bisogni nel campo della salute (14,4 per cento) e della invalidità nella vecchiaia (long-term care: 15,8 per cento).

 

n  Il risparmio gestito cresce e raggiunge il 15,3 per cento degli intervistati. Le prime due motivazioni di acquisto dei fondi comuni sono state nel 2019 la professionalità dei gestori (34,8 per cento) e la diversificazione del rischio (25,5 per cento). Complessivamente, Il grado di soddisfazione verso il risparmio gestito è elevato: il 12,5 per cento degli intervistati si dichiara molto soddisfatto, oltre il 70 per cento abbastanza soddisfatto.

 

L’Italia che progetta

 

n  “Ottimista” il 39 per cento degli intervistati, pari al 57 per cento degli “attivi”. L’Indagine ha selezionato un campione di 1.073 individui, 406 dei quali appartenenti al campione principale, aventi le caratteristiche di essere stati attivi (ossia presenti nella fascia d’età tra i 23 e i 65 anni) durante i dieci anni post-crisi e di avere, sempre nell’ultimo decennio, realizzato almeno un investimento immobiliare o in un’attività economica o professionale (nuova o già in essere); di aver investito in un corso di specializzazione, istruzione o formazione; di aver creato o allargato il nucleo famigliare; di avere avuto sul lavoro riconoscimenti e miglioramenti.  Il 39 per cento degli intervistati e il 57 per cento degli attivi nella fascia di età identificata hanno sviluppato, nel corso degli ultimi dieci anni, almeno una delle esperienze citate e, pertanto, sono stati definiti “ottimisti”: ad essi è dedicato l’approfondimento 2019.

n  Chi ha creato, acquisito o ingrandito un’attività economica adesso copre il 53,8 per cento del suo fabbisogno economico di famiglia. L’8,3 per cento degli “ottimisti” ha fondato, in autonomia o con un familiare, un’attività economica dopo il 2009; il 5 per cento vi è subentrato o la ha acquistata; il 10,4 per cento la ha ingrandita. Gli investimenti hanno riguardato per la maggior parte esercizi commerciali (31,8 per cento), ditte artigianali o studi professionali (rispettivamente 24 per cento e 22,6 per cento). Le aziende di servizi superano di poco il 10 per cento, quelle manifatturiere non raggiungono il 6 per cento.

Qualunque sia il settore di appartenenza, circa il 43 per cento dei soggetti ha fatto l’investimento più rilevante in un’attività nata prima della crisi, mentre poco più di un terzo l’ha fondata da zero. Le attività economiche nelle quali gli intervistati hanno investito sono prevalentemente attività individuali, o i cui soci sono famigliari; in pochissimi casi i soci sono altre imprese. Nella quasi totalità dei casi (98,3 per cento) le attività considerate operano prevalentemente o esclusivamente in Italia. In più di tre quarti dei casi i risparmi personali o famigliari sono la prima fonte di finanziamento citata, seguono (10,6 per cento) la vendita di beni e attività o un’eredità; il prestito bancario (10,3 per cento) e il prestito da amici o familiari (3,5 per cento).

In circa il 41 per cento dei casi l’attività è cresciuta o ne ha generato altre, solo in poco più del 10 per cento dei casi si è ridotta o è stata chiusa; in media i proventi dell’impresa servono a coprire poco più della metà delle spese familiari (il 53,7 per cento); circa il 79 per cento degli investitori si dichiara soddisfatto di aver investito.

 

n  Molte ristrutturazioni per chi si è impegnato nell’immobiliare (57 per cento); giudizi in chiaroscuro per le decisioni di allargamento della famiglia. Un quinto (23 per cento) degli “ottimisti” ha acquistato la prima casa durante la crisi; oltre la metà (51 per cento) ha intrapreso ristrutturazioni radicali della casa (più il 6 per cento, che ha ristrutturato un altro immobile); circa il 7 per cento ha acquistato una seconda casa e altrettanti hanno cambiato casa per una migliore; in media nell’87,4 per cento dei casi l’operazione immobiliare è stata fatta per uso personale. La fonte di finanziamento principale è stata nel 68,9 per cento dei casi quella dei risparmi propri o della famiglia. Qualunque sia l’origine dei fondi utilizzati per effettuare le operazioni immobiliari, il saldo soddisfatti-insoddisfatti è in media del 91,9 per cento.

Circa il 29 per cento degli ottimisti ha formato o ingrandito una famiglia nell’ultimo decennio, quasi il 26 per cento ha avuto uno o più figli e quasi il 3 per cento ha adottato uno o più figli. Per la maggior parte di chi ha ingrandito la famiglia, il benessere è “abbastanza migliorato” (53,7 per cento in media), anche se solo per pochi (5,7 per cento) è “molto migliorato”; il saldo generale è solo moderatamente positivo (+18,8 per cento).

n  Investimento nel capitale umano: funziona per trovare o migliorare il lavoro, un po’ meno sul reddito. Poco meno di un quarto degli ottimisti ha iniziato (o fatto iniziare a un familiare) almeno un corso di specializzazione o di formazione aggiuntiva dopo il 2009. Il 7 per cento ha investito in un corso post-laurea in Italia, il 6 per cento in un corso universitario all’estero, il 2 per cento ha ripreso un corso universitario abbandonato in precedenza. Il 10,3 per cento ha intrapreso corsi di specializzazione, l’11,3 per cento di formazione linguistica, il 4,9 per cento ha studiato per una professione nuova. I corsi sono stati finanziati in circa l’85 per cento dei casi dai risparmi personali o familiari; sono le donne ad avere investito di più. Chi ha investito nel capitale umano ha dichiarato effetti positivi più sull’occupazione (43 per cento) che sul reddito (6 per cento), ma il saldo soddisfatti-insoddisfatti è fortemente positivo (91 per cento).

 

n  Lavoro: il 45 per cento degli attivi ha avuto miglioramenti; retribuzioni migliori per il 37 per cento. Indietro le donne. Il 45 per cento del campione di ottimisti ha avuto un miglioramento in almeno un aspetto del suo lavoro negli ultimi dieci anni: il 36,9 per cento ha ottenuto un incremento di retribuzione, per il 31 per cento sono migliorati i contenuti delle proprie mansioni, il 28 per cento ha visto incrementare il livello di responsabilità, per il 26,3 per cento sono migliorati altri aspetti non monetari del lavoro; il 25,6 per cento ha avuto una progressione di carriera in termini gerarchici.

Ad aver migliorato la propria condizione lavorativa sono principalmente gli uomini rispetto alle donne, i soggetti della fascia d’età tra i 35 e i 54 anni e chi ha un’istruzione universitaria. Il saldo soddisfatti-insoddisfatti del proprio miglioramento lavorativo è positivo ed elevato (83,9 per cento).

 

n  I risultati: 283 euro di reddito mensile in più. Maggiore propensione al risparmio intenzionale rispetto a quello precauzionale.  In media gli ottimisti guadagnano 283 euro netti al mese in più rispetto al campione principale. Per gli uomini tale differenza è leggermente inferiore, per le donne supera i 400 euro.

Il giudizio sul risparmio è sostanzialmente lo stesso tra gli ottimisti e il campione principale. Emergono invece differenze sulle motivazioni: tra gli ottimisti prevale il risparmio intenzionale (ovvero diretto a scopi specifici), che riguarda quasi il 34 per cento delle famiglie, contro poco meno del 26 per cento del campione principale. Sempre per gli ottimisti, l’ambizione per la casa è il motivo principale del risparmio intenzionale per il 41,3 per cento (23,6 per cento per il campione generale); i figli sono la principale ragione del risparmio per il 21,5 per cento (14,6 per cento); tra gli ottimisti che risparmiano per i figli, il 63 per cento accantona per la loro istruzione. Meno sentita tra gli ottimisti è la necessità di risparmiare per la vecchiaia (9,4 contro 16,3 per cento) e, soprattutto, per motivi genericamente precauzionali.

Pur limitati nelle competenze finanziarie, gli ottimisti hanno la caratteristica di “vedere lontano”. Tra loro vi è infatti sia una maggiore diffusione delle forme pensionistiche di secondo o terzo pilastro, sottoscritte dal 19,2 per cento (contro il 13,7 per cento del campione principale) che un maggior impiego del TFR a fini previdenziali (34,2 contro 29,8 per cento). Quasi un quinto degli ottimisti ha un’assicurazione sanitaria; anche le polizze LTC e le polizze vita sono leggermente più diffuse tra gli ottimisti rispetto al campione principale.

Quasi il 43 per cento degli ottimisti valuta in modo positivo l’esito della propria scelta. Il 36 per cento intende investire per ingrandire l’attività economica nuova, o cercare soci per condividerla; oltre un quarto ha in animo di investire ancora in beni immobili; tra chi è migliorato lavorativamente, l’86,6 per cento giudica molto o abbastanza promettenti le prospettive di lavoro.

I dati sembrano suggerire che l’ottimismo paga, o almeno ha pagato, e che i comportamenti proattivi nell’impiego del risparmio e del tempo sono la chiave che ha portato 4 famiglie su 10 a progredire più della media del campione, nonostante le sfide concrete cui il mondo economico, del lavoro e delle imprese, le ha sottoposte.

 

 

La presente edizione dell’Indagine è basata su un progetto del Centro Einaudi e Intesa Sanpaolo, che si sono avvalse della Doxa per distribuire un questionario a 1032 persone, responsabili delle scelte finanziarie di famiglie in Italia, in possesso almeno di un conto corrente bancario o postale. Il campione riflette la composizione dell’universo delle famiglie bancarizzate ed è suddiviso per classi di età, professione e distribuzione territoriale. Al campionamento principale è stato associato un sovra-campionamento di 667 persone le quali, unite alle 407 già presenti nel campione principale, hanno determinato la formazione di un campione di 1073 soggetti “ottimisti”, ossia persone in fascia di età compresa tra i 23 e i 65 anni che nel decennio successivo alla crisi del 2009 hanno portato a termine progetti come l’acquisto e/o la ristrutturazione di una casa o un altro immobile; la fondazione, l’acquisto o l’espansione di un’attività economica o professionale; l’investimento in un corso di istruzione, specializzazione o formazione; la creazione o l’allargamento di una famiglia. La raccolta dei dati è stata realizzata nei mesi di febbraio e marzo 2019.

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