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Il ruolo delle banche nella ripresa dei rapporti con gli Stati Uniti dopo il '45

Il ruolo delle banche nella ripresa dei rapporti con gli Stati Uniti dopo il '45. Nel 1945, per riallacciare i rapporti con il mondo finanziario americano, la Banca Commerciale aprì un ufficio di rappresentanza a New York

Testo di Barbara Costa, Responsabile Archivio Storico di Intesa Sanpaolo

Dal novembre 1944 al marzo 1945, quando ancora l’Italia settentrionale non era ancora stata liberata, Raffaele Mattioli, amministratore delegato della Comit, fu scelto per partecipare alla prima missione economica negli Stati Uniti dell’Italia postfascista.

L’evento servì a preparare il reinserimento del nostro Paese nel sistema finanziario internazionale che andava prendendo forma con gli accordi di Bretton Woods, “alla pari” rispetto alle grandi potenze.

Le banche ebbero un ruolo importantissimo per riallacciare i rapporti fra il Vecchio Continente e gli Stati Uniti - l’Italia partiva da una condizione di Paese sconfitto, che doveva riguadagnarsi la stima di interlocutore affidabile - e per incentivare la finanza statunitense a investire sul mercato europeo, e in particolare italiano, con ricadute benefiche anche per gli stessi States.

Al termine della guerra gli Istituti italiani si affrettarono a occupare nuovamente le piazze che forzatamente avevano dovuto abbandonare a causa del conflitto mondiale. L’incarico di riallacciare i rapporti con il mondo finanziario e imprenditoriale americano per la Banca Commerciale venne affidato ad un ufficio di rappresentanza, aperto a New York nel 1945, iniziativa che prese nello stesso anno anche il Banco di Napoli che nel 1950 aprì a New York anche una agenzia.

A partire dal 1947, l’Istituto Mobiliare Italiano -IMI si occupò della gestione del prestito di 100 milioni di dollari concesso nel 1947 all’Italia da parte dell’Export Import Bank di Washington a favore dell’industria italiana esportatrice e dei fondi del Piano Marshall (European Recovery Program) per importazione di materie prime e macchinari dagli USA nel dopoguerra.

Tra il 1947 e il 1954 IMI stipulò 1160 finanziamenti a favore di 710 società, per un ammontare di 366,9 miliardi di lire dell’epoca. Capillari furono i trasferimenti di tecnologia nei primi anni del dopoguerra, nei più svariati settori produttivi (con una prevalenza della meccanica e delle utilities).

I rapporti commerciali e diplomatici erano intrattenuti per il tramite della Rappresentanza istituita a Washington nel 1948, autorizzata a operare negli Stati Uniti d’America “quale agente del Governo italiano”.

Per poter mantenere la propria competitività di fronte alle grandi banche multinazionali, soprattutto a quelle nordamericane che utilizzavano le proprie filiali come basi per le loro attività sui mercati degli eurodollari e che negli anni Settanta avevano raggiunto una posizione di dominio sugli euromercati, gli istituti italiani cercarono forme di cooperazione e rilanciarono la propria presenza all’estero.

L’importanza della piazza finanziaria newyorkese, in particolare, rendeva imprescindibile una presenza anche per gli istituti più piccoli o con una vocazione internazionale meno spiccata. Nella Grande Mela approdarono ad esempio la Cassa di Risparmio di Firenze (1975), il Banco Ambrosiano (1976) e la Cariplo (1979), oltre all’Istituto Bancario San Paolo (1980).

Antonio Confalonieri, presidente della Cariplo fra 1981 e 1987, ben  sintetizzò  le motivazioni che spinsero negli anni Settanta quasi tutte la banche a stabilire un presidio nella Grande Mela a sostegno di una clientela soprattutto industriale e commerciale: ”Compito di una banca è essenzialmente quello di fornire assistenza, consulenza, servizi efficienti e concorrenziali là dove il proprio cliente opera”.

Negli anni Novanta e Duemila le grandi fusioni bancarie implicarono un accorpamento delle diverse reti operative, con grandi cambiamenti in Italia, ma anche nella rete estera.

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