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L’industria italiana ha bisogno di nuovi investimenti

L'industria manifatturiera italiana è uscita dalla fase negativa di fine 2018, caratterizzata da un chiaro rallentamento, e in questa prima parte del 2019 mostra segni di ripresa che devono, però, essere accompagnati da un nuovo ciclo di investimenti e da una maggiore competitività all’estero per cogliere tutte le opportunità di crescita nel prossimo quadriennio. Queste sono alcune tra le principali indicazioni emerse dal 95esimo Rapporto analisi dei settori industriali che Intesa Sanpaolo e Prometeia hanno presentato a Milano. Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, ha spiegato che “se i consumi oggi tengono, la vera sfida è quella di rilanciare gli investimenti per allargare la base produttiva e anche per migliorare la nostra produttività”.

“Superata la fase di rallentamento, le imprese sono più solide”

L’industria italiana, nonostante le difficoltà incontrate nel 2018, poggia su basi solide perché si è rafforzata negli ultimi anni (l’analisi dei bilanci 2017 conferma un miglioramento patrimoniale e di redditività), è un’industria più resiliente alle incertezze internazionali e nazionali (la guerra commerciale tra Usa e Cina, le tensioni politiche interne), un’industria che ha puntato molto di più sui mercati internazionali. “Oggi l’industria italiana esporta il 48% di quanto produce sul nostro territorio. Nello scenario al 2023 vediamo una ripresa rispetto alla situazione attuale, una crescita più alta, con un andamento particolarmente positivo per il settore dell’automobile, per la meccanica, per il farmaceutico e per il largo consumo” ha aggiunto De Felice.

In particolare il Rapporto precisa che la Meccanica si confermerà tra i principali artefici dell’espansione dei livelli di attività del manifatturiero, con una crescita media annua del fatturato a prezzi costanti attorno all’1,7%, tra le più dinamiche nel quadro 2020-2023, grazie a una combinazione positiva di domanda estera e interna. Dopo due anni di contrazione è prevista una ripresa del settore Autoveicoli e moto (+2,5% in media d’anno), progressi sono attesi per l’Elettrotecnica (1,9%), la Farmaceutica (+1,8%), i Prodotti in metallo (+1,5%) e i Prodotti e materiali da costruzione (+1,2%). Tassi di crescita più bassi sono previsti per Alimentare e bevande (+1%), Sistema moda (+0,8%), Mobili (+0,8%), Elettronica (+0,7%) e d Elettrodomestici (+0,4%).

Per Alessandra Lanza, Senior Partner di Prometeia “Il settore manifattutiero sta attraversando un periodo di stasi, rimaniamo comunque su una tenuta del fatturato e ci attendiamo un recupero nel periodo di previsione 2020-23 con un’intensificazione verso fine periodo”.  Il settore dell’automobile è al centro dell’attenzione, con la transizione all’elettrico e l’introduzione di nuove tecnologie che si presentano come fattori decisivi per un forte rilancio e un radicale cambiamento dell’industria delle quattro ruote. “L’elettrificazione delle auto – ha aggiunto De Felice – rappresenta un’opportunità gigantesca per investire di più, per fare un cambio epocale dalla vecchia auto, dai vecchi motori, a sistemi di alimentazione diversi”.  “Al traino del settore dell’auto – ha sostenuto Lanza – seguirà tutta la componentistica in primis, ma anche il settore dell’elettrotecnica. Ci immaginiamo che i settori tradizionali del Made in Italy facciano anch’essi fatica quest’anno per l’incertezza sui mercati internazionali, ma poi ritornino a rafforzare le proprie posizioni competitive dall’anno prossimo, sfruttando l’ottimo posizionamento che hanno raggiunto negli ultimi anni e la grande flessibilità che hanno nel riuscire a cogliere mercati sempre in crescita, riposizionando le proprie esportazioni con la classica flessibilità degli esportatori italiani sui mercati più dinamici”. 


E tra le possibili ricette per sostenere questo trend, De Felice ha individuato due aspetti in particolare: “Dobbiamo stimolare il più possibile gli investimenti sia pubblici, e quindi il tema dello sblocca-cantieri richiede una implementazione a livello di decreti attuativi, sia gli investimenti delle imprese che hanno accumulato un forte divario rispetto ad altri partner europei”.

 

 

Giugno 2019 

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