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Unione bancaria, la Vigilanza Unica non è ancora comune

Deutsche Bank, la più grande banca tedesca, ha annunciato un radicale piano di ristrutturazione che prevede 18.000 esuberi tra i dipendenti e un “rosso” in bilancio di 2,8 miliardi di euro. Da tempo il potente istituto di credito era al centro di ipotesi di intervento per aggiornare la strategia e rimettere i conti sui giusti binari, ma solo oggi ha deliberato un piano organico di tagli, risparmi, riorganizzazione. Di queste ipotesi si erano occupate sia la Bundesbank, sia la Banca centrale europea (Bce) e sarebbe interessante comprendere se nel nuovo disegno della Deutsche Bank abbiano pesato più i suggerimenti, o la moral suasion della banca centrale tedesca come si sarebbe detto una volta, oppure il ruolo di controllo, anche sanzionatorio, dell’Eurotower. Resta, infatti, ancora incerto, come un processo in divenire, il rapporto tra le banche centrali nazionali e la Bce, dopo che le prime hanno trasferito a Francoforte parte dei loro poteri e competenze. Il tema è emerso e resta sul tavolo, non senza polemiche, tensioni e ricorsi giudiziari, anche nei vari salvataggi bancari di casa nostra e viene puntualmente affrontato nel libro “Vigilare le banche in Europa. Chi controlla il controllore?” (Passigli editore, pp.165, 24 euro) scritto da Stefano Lucchini, Chief Institutional affairs and external communication officer di Intesa Sanpaolo, e Andrea Zoppini, docente di diritto civile all’università Roma Tre.

“Il saggio sottolinea la necessità di armonizzare le norme di controllo a livello europeo”

Gli autori esaminano le questioni legate al modello di vigilanza applicato con il varo dell’Unione bancaria, “una forma di cooperazione (…) che postula un’integrazione diseguale sia nel processo decisionale sia a livello operativo”. Un sistema in cui confluiscono codici semantici, formazioni culturali e approcci diversi che “generano procedimenti decisionali burocratici complessi e procedure istruttorie onerose e non agevolmente governabili” per perseguire l’obiettivo di “più regole e meno discrezionalità”. La costruzione del sistema dei controlli bancari appare lacunosa, o comunque le misure finora predisposte non sono totalmente risolutive perché lasciano aperte almeno due questioni rilevanti: la prima è chiara nel sottotitolo del libro, “Chi controlla il controllore?”, l’altra è relativa ai cambiamenti avvenuti o in corso del modello di vigilanza dopo l’Unione bancaria.

In questo ambito Lucchini e Zoppini scrivono che “ci si deve interrogare se nell’area euro la scelta di una disciplina forzatamente uniforme fosse inevitabile, almeno in un periodo transitorio; se una banca italiana, lituana e tedesca inevitabilmente dovessero essere soggette alle medesime regole. Uguaglianza e non discriminazione non significano sempre applicare le medesime regole quando si uniformano tradizioni imprenditoriali e modelli di regolazione profondamente diversi”.

L’osservazione è pertinente ma la strada è stata diversa: “La scelta di avere posto al centro della disciplina bancaria i requisiti di patrimonializzazione, applicati in maniera incrementata e rigorosa, ha significato inevitabilmente – dietro l’apparente parità di trattamento – favorire le banche di ordinamenti come quello tedesco nel quale la patrimonializzazione era più agevole e meno costosa”.

Forse, per favorire una positiva metamorfosi del sistema di controllo, andrebbero rispettate storia, cultura e anche quella forma di “regolazione informale”, un approccio soft e collaborativo che, comunque, non può tornare alla regolazione “all’orecchio”, quando i banchieri centrali sussurravano le loro raccomandazioni ai vertici degli istituti.

Nessuno vuole tornare indietro, ma è necessario oggi armonizzare le norme di controllo a livello europeo per evitare che le lacune dell’ordinamento sopra-nazionale aprano spazi non governati.

 

Il libro di Stefano Lucchini e Andrea Zoppini
“Vigilare le banche in Europa. Chi controlla il controllore?”

 

 

Luglio 2019 

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