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L’industria potrebbe aver dato un contributo positivo al PIL nel 2° trimestre

L’industria potrebbe aver dato un contributo positivo al PIL nel 2° trimestre

La produzione industriale italiana è calata di -1,1% m/m a maggio, circa in linea con le aspettative di consenso (e meglio delle nostre attese). È il primo calo dopo tre mesi di crescita. Su base annua, l’output è rallentato a 3,4% dal 3,9% precedente. I dati di aprile sono stati rivisti al ribasso (da 1,6% a 1,4% m/m, da 4,2% a 3,9% a/a). Tuttavia, l’indice di produzione industriale rimane significativamente al di sopra dei livelli pre-pandemici (+3,4% rispetto a febbraio 2020), a differenza di quanto sta accadendo negli altri principali Paesi dell'Eurozona.

Nel mese, il principale contributo negativo è venuto dai beni non durevoli, scesi del -1,4% m/m dopo tre mesi di forti aumenti: potrebbe essere un segnale di un indebolimento della domanda sulla scia dell'elevata inflazione. Anche i beni intermedi sono scesi (-0,6% m/m). La produzione energetica (probabilmente condizionata dalle condizioni meteo nel comparto idroelettrico) è calata di -3,9% m/m. I beni strumentali e i durevoli sono aumentati (rispettivamente dello 0,4% e dell'1,8% m/m): potrebbe trattarsi di un segnale di parziale attenuazione delle difficoltà di approvigionamento in alcuni comparti. Il macro-settore più trainante su base annua resta quello dei beni di consumo (7,8% a/a).

Il tessile e abbigliamento si conferma il comparto più vivace su base tendenziale (18% a/a), ma si tratta solo di un recupero dopo che la domanda nel comparto era stata particolarmente colpita dalle misure restrittive anti-COVID ancora parzialmente in vigore nella primavera del 2021. Anche coke e petroliferi raffinati (16,4% a/a) e computer ed elettronica (13,1%) hanno registrato forti rialzi su base annua. Viceversa, alcuni settori risultano in calo rispetto a un anno prima: gomma e plastica (-4,6%), prodotti chimici (-2,8%), apparecchiature elettriche (-0,9%) e metalli (-0,1%): non a caso, tra essi troviamo alcuni dei comparti più energivori e dunque più colpiti dai rincari dei prezzi.

Nel complesso, nonostante il calo di maggio, l'industria italiana si conferma più resiliente del previsto: in caso di stabilità a giugno, la produzione risulterebbe in crescita di 1,5% t/t nel secondo trimestre, il che suggerisce che l’industria in senso stretto, dopo aver frenato il PIL a inizio anno, possa aver dato un contributo positivo (di circa +0,3%) al valore aggiunto durante i mesi primaverili (a meno di un crollo a giugno, che peraltro non appare coerente con quanto segnalato dalle indagini di fiducia delle imprese il mese scorso). Ciò fa ben sperare per il dato del PIL del 2° trimestre (che sarà pubblicato alla fine del mese), che potrebbe risultare più forte rispetto alle nostre precedenti attese (0,2% t/t).

La resilienza dell'industria in questa fase appare in qualche modo sorprendente. Una possibile spiegazione è che l'elevato livello dei profitti (e della liquidità) accumulato dalle imprese industriali durante la precedente fase espansiva stia consentendo alle aziende di resistere bene nonostante i rincari degli input. Tuttavia, ciò potrebbe essere vero solo in caso di shock temporaneo: se i rincari dovessero persistere, a un certo punto alcune aziende potrebbero non essere più in grado di sopportare la contrazione dei margini: in altri termini, l’impatto dello shock inflazionistico potrebbe essere ritardato, e potrebbe diventare più evidente più avanti nel corso dell'anno (verosimilmente, tra fine 2022 e inizio 2023). In breve, ci aspettiamo che l'industria rimanga in una fase difficile per i prossimi 6-12 mesi, anche considerando la possibilità di una ulteriore diminuzione dei flussi di gas dalla Russia, che rappresenta il principale rischio negativo sullo scenario.

Se il secondo trimestre si rivelerà migliore del previsto, la nostra previsione (superiore al consenso) di crescita del PIL al 3% quest'anno sarebbe raggiungibile, e anzi potrebbe essere persino superata. Tuttavia, come detto, gli effetti dello shock inflazionistico e bellico - sia sulla domanda che sull'offerta - potrebbero rafforzarsi durante la stagione autunnale e invernale, il che peserebbe sulla crescita annua 2023 (segnalando rischi al ribasso sulla nostra previsione, già inferiore al consenso, dell’1,6% per il PIL del prossimo anno).

Commento di Paolo Mameli, senior economist della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo

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