Settore orafo, l’Italia reagisce alla frenata globale
La domanda mondiale di gioielli in oro si riduce del 21% nel primo semestre del 2026, ma dietro la frenata globale emerge un settore orafo italiano che continua a trovare spazio sui mercati internazionali. Nei primi cinque mesi dell’anno l’export vale €4,4 miliardi e, al netto della Turchia, che aveva fortemente condizionato il confronto con il 2025, registrerebbe una crescita del 15%.
È uno dei segnali che emergono dall’analisi presentata a Vicenzaoro da Intesa Sanpaolo e Confindustria Federorafi, dedicata all’andamento del settore e alle strategie con cui le imprese stanno affrontando prezzi dell’oro ancora elevati, consumi più deboli e incertezza internazionale.
Oro ancora caro, domanda più debole
Dopo il -18% del 2025, la domanda mondiale di gioielli in oro è diminuita di un ulteriore 21% nella prima metà del 2026, con flessioni particolarmente marcate in Medio Oriente, Stati Uniti e Asia. A pesare sono le quotazioni dell’oro, il rallentamento dei consumi e le tensioni geopolitiche.
Anche dopo essersi allontanato dai massimi di gennaio, il prezzo dell’oro dovrebbe rimanere su livelli storicamente elevati. Secondo le stime del Research Department di Intesa Sanpaolo, nel 2027 potrebbe risultare ancora quasi il 25% sopra la media del 2025, continuando a incidere sui costi delle imprese.
L’export italiano cerca nuove rotte
Dopo la forte crescita degli anni successivi alla pandemia, anche l’oreficeria italiana attraversa una fase di assestamento. Il fatturato è diminuito del 5% nel 2025 e del 2% nella prima metà del 2026, ma rimane circa il 50% sopra i livelli del 2019. Più marcata la frenata della produzione, tornata sui livelli pre-pandemia.
Più articolato il quadro dell’export. Il calo complessivo del 15% nei primi cinque mesi del 2026 risente soprattutto della normalizzazione delle vendite verso la Turchia. Escludendo questo mercato, le esportazioni crescerebbero del 15%, sostenute da Stati Uniti, Svizzera, Francia e altri mercati strategici. In particolare, le vendite verso gli Stati Uniti tornano a crescere del 29%.
Le imprese restano prudenti, ma migliorano le attese
La dodicesima indagine sul settore, realizzata da Intesa Sanpaolo e da questa edizione in collaborazione con Confindustria Federorafi, ha coinvolto oltre 180 imprese, distinguendo le aziende localizzate nei distretti produttivi dal resto del campione.
Il quadro resta prudente, ma mostra un netto miglioramento rispetto alla primavera: il 45% delle aziende prevede una riduzione del fatturato nel 2026, contro il 63% di aprile. Sale al 35% la quota di chi si attende stabilità e al 21% quella di chi prevede una crescita. Le aspettative sui mercati esteri mostrano inoltre una maggiore tenuta rispetto al mercato interno.
Il costo delle materie prime resta la principale difficoltà, indicata dal 62% delle imprese, davanti alle tensioni geopolitiche (50%) e alla debolezza della domanda interna (48%). Le aziende reagiscono soprattutto attraverso la ricerca di nuovi partner commerciali (55%), la revisione dei prodotti (46%), il potenziamento dell’e-commerce e una maggiore efficienza dei processi produttivi.
I distretti accelerano sull’estero
Sono proprio le imprese dei distretti, più esposte alle dinamiche internazionali, a mostrare una maggiore propensione a reagire attraverso nuovi partner, diversificazione dei mercati e rafforzamento della presenza all’estero. L’internazionalizzazione si conferma così non soltanto una caratteristica strutturale dell’oreficeria italiana, ma una delle principali leve per affrontare una fase globale più complessa.
Per una filiera che conta oltre 76 mila addetti e 24 mila unità locali, ampliare i mercati, innovare e rafforzare la capacità competitiva dei distretti diventa decisivo per sostenere nel tempo il valore di una componente significativa del Made in Italy.
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Data ultimo aggiornamento 5 settembre 2026 alle ore 13:55:18