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Cultura

Il cibo spettacolarizzato diventa food

Il cibo è una delle parti più importanti della nostra esistenza, ed è un argomento che in Italia è affrontato in modo serissimo anche nelle conversazioni in famiglia. Da un po’ di anni, tuttavia, il rapporto con ciò che mangiamo è cambiato: gli alimenti li impiattiamo, li contestiamo, li giudichiamo e persino li gettiamo. Così, per gioco, per fare spettacolo.
Nel suo contributo scritto per Linkiesta Magazine - Turning points in collaborazione con il New York Times, la giornalista Anna Prandoni ragiona sull’evoluzione che il cibo ha avuto nella nostra vita quotidiana e come è cambiato il nostro rapporto con la tavola.

Più cibo, meno food

Più cibo, meno food

09:13

Da quando il cibo è diventato food, scrive, abbiamo dimenticato che mangiare è un atto culturale prima ancora di essere uno svago o uno spettacolo. Malgrado la tendenza, alcuni segnali dimostrano che non tutto è perduto.
L’esperienza ha insegnato una cosa importante ad Anna Prandoni: tutto quello che mediamente pensiamo di sapere su questo argomento è sbagliato.
O è comunque una visione parziale di un discorso molto più ampio, molto più sfaccettato, molto più complesso.
Semplificare la realtà non fa altro che banalizzarla: riuscire a spiegare davvero che cosa c’è dietro quella passata di pomodoro del supermercato o quella scelta strategica di una guida è esercizio culturale complicato e lungo.
Ma siccome nessuno, a parte gli addetti ai lavori, ha davvero del tempo da dedicare a questo tema, ogni messaggio efficace diventa subito realtà imperante, specie qualora sia ammantato di una qualsivoglia narrazione green o passatista. 

Siamo quel che mangiamo

Il lievito madre e i grani antichi, la carne non carne e l’agricoltura biologica, il vino naturale e i cibi senza olio di palma, il chilometro zero e l’italianità a tutti i costi. Puri slogan di propaganda che sono un perfetto combustibile da social network, pur essendo, nella maggior parte dei casi, solo delle fake news ben orchestrate. Bisognerebbe partire proprio dalle scelte lessicali.
Preferire il termine “cibo” al termine “food”, scrive l’autrice, equivale a smettere di parlare di un fenomeno di moda e di puro intrattenimento per provare a riportarlo al suo significato più autentico.

 

Provare a spiegare le tendenze e gli slogan, dando loro un contesto, e riuscendo in questo modo ad andare oltre le apparenze, ci porterà a capire meglio cosa mangiamo, perché lo mangiamo e soprattutto per colpa (o merito!) di chi lo mangiamo. Perché mangiare è un atto culturale: fin dalla scelta di che cosa usiamo per nutrirci, passando per la sua produzione e arrivando fino alla cucina, che fa da tramite tra noi e la natura.

Ludwig Feuerbach scrive «l’uomo è ciò che mangia», sostenendo che esista un’unità inscindibile fra psiche e corpo: per pensare meglio dobbiamo alimentarci meglio.

Massimo Montanari, uno dei più grandi storici dell’alimentazione, ribalta quella frase e sostiene che mangiamo quello che siamo, ovvero che mettiamo nel cibo che produciamo e cuciniamo la nostra cultura, il nostro saper fare, la nostra evoluzione tecnologica e sociale.

Anna Prandoni, più semplicemente e più “fisicamente”, sottolinea sempre che quello che mangiamo diventa noi, ed è un’ottima prospettiva per evitare di alimentarci con cibo cattivo, cucinato male o non etico.

 

Come il cibo è diventato “food”

Ma quand’è che il cibo è diventato food? Quando il cibo era solo cibo, Mario Soldati, il primo vero grande divulgatore enogastronomico italiano, lo raccontava con indimenticabili pezzi di bravura, con tanto contenuto e poco spettacolo, in cui il protagonista era il prodotto e non il conduttore dello show. Negli ultimi anni, con il cibo diventato food, siamo invece arrivati al momento della massima spettacolarizzazione di questo tema, che in televisione ha raggiunto il suo apice con programmi come “Masterchef” o simili. Il cibo lo impiattiamo, lo annusiamo, lo contestiamo, lo giudichiamo e lo gettiamo. Così, per fare spettacolo. Per gioco.

Questa strada è quella giusta? Secondo l’autrice no, perché utilizzare il cibo come divertimento fine a se stesso, buttarlo per dimostrarsi critici competenti è un’aberrazione rispetto al suo significato più alto e importante. Il cibo è nutrimento e come tale va rispettato e trattato. Ricordando sempre che, quello che per noi è un gioco, per molta parte del mondo è comunque bisogno quotidiano, spesso non soddisfatto.

Cucina e territorio: la narrativa di Mario Soldati

«Viaggiare è conoscere luoghi, genti e paesi. […] E qual è il modo più semplice e più elementare di viaggiare? Mangiare e praticare la cucina di un Paese dove si viaggia. Nella cucina c’è tutto, la natura del luogo, il clima, quindi l’agricoltura, la pastorizia, la caccia, la pesca. E nel modo di cucinare c’è la storia, la civiltà di un popolo. L’uomo come ha avuto la prima idea di viaggiare? Ma l’ha avuta molto probabilmente mentre lui stava fermo e guardava qualcosa che si muoveva, che viaggiava, che andava, per esempio le nuvole del cielo, gli uccelli che migrano, un fiume che scorreva»

Mario Soldati, scrittore.

Queste parole sono proprio di Mario Soldati, che, a partire dal 3 dicembre 1957, ha costruito la narrativa culinaria di viaggio italiana con il suo “Viaggio nelle valli del Po” trasmesso dalla Rai.
Soldati ha creato la narrazione sul cibo da scoprire viaggiando: nel suo documentario raccontato, lo scrittore dà vita a un modo controcorrente di divulgare le tradizioni delle cucine regionali, rivelando alla nazione intera quanto questo fiume che taglia la Penisola da un lato all’altro avesse da dare dal punto di vista paesaggistico e culinario. 

Dinner Club con Carlo Cracco: il ritorno del racconto sul cibo

La cucina e il territorio, negli anni successivi, non sono più andati molto d’accordo, e tutte le trasmissioni venute dopo sono state spesso puro intrattenimento e zero racconto, tanta costruzione autoriale e pochissima spontaneità. Fino al 2021, quando è arrivato “Dinner Club” e siamo forse giunti alla svolta.Per svoltare, peraltro, questa trasmissione inizia a raccontare l’Italia contemporanea proprio dal grande fiume, quasi come se ci fosse un fil rouge da riprendere, quasi come se quello che è successo nel frattempo fosse stato soltanto un incidente di percorso e servisse il coraggio di guardare indietro per rimettere al centro della narrazione la cucina autentica, le storie delle tradizioni e delle famiglie, di chi alleva ostriche sul Po, di chi riscopre il quinto quarto in Puglia o di chi mantiene la ricetta per dei cannoli perfetti in Sicilia.

Finalmente gli chef che Cracco va a trovare con i suoi compagni di avventura cucinano, spiegano, dialogano e sembrano persone straordinariamente normali, che fanno un lavoro che amano e che vogliono condividere con noi. Che sia la volta buona per riportare la narrazione del food a quella del cibo? Che sia la prima piccola goccia che ci porterà a conoscere davvero l’enorme patrimonio enogastronomico italiano?

Il vero insegnamento del programma è che bisogna spiegare e non dare per scontato, narrare e non millantare, capire e non immaginare. Insomma riportare il food al suo significato originario.

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