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Sport

Khaty Seck, mamma e allenatrice di Mattia Furlani, dialoga con Lia Capizzi

Khaty Seck e Lia Capizzi
Khaty Seck e Lia Capizzi

Contenuto realizzato in collaborazione con Lia Capizzi

I successi di Mattia Furlani, campione del mondo 2025 nel salto in lungo e bronzo Olimpico di Parigi 2024, fondono talento, strategia, dedizione e un amalgamato legame familiare. Il ritratto di una grande storia d’amore, impreziosito da decise sfumature di caparbietà, personalizzato con una cornice dorata. Mamma Khaty Seck, velocista di origine senegalese, si innamora di Marcello Furlani, ex azzurro del salto in alto. Si stabiliscono a Grottaferrata, comune dei Castelli Romani, dove nascono i tre figli: nel 1996 la primogenita Erika, nel 2000 arriva Luca e nel 2005 il piccolo Mattia. Lo sport come scuola di vita e come progetto per il futuro. In quest’ottica nel 2011 la famiglia decide di trasferirsi a Rieti, una delle capitali italiane dell’atletica. I ruoli sono delineati, mamma è l’allenatrice di Erika, già vicecampionessa mondiale nella categoria Allievi nel 2013, e segue la crescita agonistica dei fratellini. Papà Marcello ha il ruolo di coordinatore, fondamentale collante. 

“Tutti pensano che io sia diventata allenatrice con Mattia invece ho iniziato quindici anni fa con Erika che per altro è appena tornata ad allenarsi. Lo scorso novembre è diventata mamma del piccolo Nicolò rendendomi una nonna felice. Fin da piccolo Mattia manifestava il desiderio di diventare un atleta proprio per seguire le orme della sorella. Noi lo abbiamo lasciato libero di fare tanti sport, in primis il basket, perché era importante che sviluppasse una coordinazione motoria e che imparasse la socializzazione con i coetanei. Il progetto con Mattia è stato a lungo termine, un percorso di costruzione nel tempo”.

Il successo di Mattia Furlani: tra talento, famiglia e preparazione

I risultati di Mattia come frutto di un investimento, con annessi sacrifici, di tutta la famiglia Furlani. Suo figlio lo ripete spesso: “I miei genitori hanno fatto tutto per noi, pensando al futuro, ma lasciandoci liberi”. Proprio questa libertà è stata la chiave di volta per non appesantire le sue spalle nel dover diventare a tutti i costi un campione? 
“Abbiamo voluto educare i nostri figli ad essere prima di tutto delle persone. Con Mattia, per esempio, la prima cosa che ho voluto costruire è stata la parte mentale perché nella carriera di uno sportivo è quella più difficile. Ho cercato un alleato pedagogico puntando sull’educazione di base, sull’empatia, sull’intelligenza emozionale. Anche cercando di rinforzare la sua autostima”.

L'equilibrio tra ruoli: mamma, allenatrice e guida mentale

Come si scinde il ruolo di mamma da quello di allenatrice?
“Cercando un equilibrio tra i due ruoli, avendo sempre ben chiare le diverse responsabilità. Il nostro team è totalmente a conduzione familiare. L’obiettivo primario è gestire in maniera costruttiva ogni piccolo conflitto che può nascere in qualsiasi famiglia. Bisogna utilizzare alcune tattiche e soprattutto avere buonsenso. Serve energia, entusiasmo, passione. Quella dell’allenatore è una scelta. Io ho scelto di far crescere atleti ma, ancor prima di aspettarmi i loro successi personali, ho voluto puntare a rafforzare i valori umani e sociali. Il talento genetico aiuta, è indubbio, ma alla base c’è l’allenamento e tutto il percorso di crescita”.

C’è stato il pericolo di invidie tra fratelli che sono anche atleti? 
“No, perché la gestione della famiglia si basa sul nostro essere alleati in ogni cosa. È un percorso che facciamo tenendoci tutti per mano. Ognuno dà il suo contributo, ciascuno sa essere di supporto a chi in un determinato momento ne ha bisogno. Questo nostro rapporto è il nostro punto di forza”.

Una costruzione fisica senza fretta. Il mondo ha conosciuto il predestinato Furlani nel 2022, dopo la storica doppietta d’oro (salto in lungo e salto in alto) a 17 anni agli Europei Under18. Ai toni enfatici Mattia ha sempre risposto predicando la calma: non chiedetemi risultati che non posso ancora ottenere, devo seguire la mia crescita biologica.
“Un buon allenatore deve cercare di comunicare in modo chiaro, esprimere fiducia, competenza e rispetto. Lo sport insegna la disciplina, il lavoro di squadra, la perseveranza. Bisogna avere la capacità di fissare degli obiettivi, dare un feedback. Mattia ha sempre avuto chiaro il necessario processo di crescita del suo fisico, ha sviluppato una naturale forma di intelligenza corporea”.

Prima parlava della forza da sviluppare anche nel sapere reagire ai cali di autostima. Mattia ne ha avuti?
“Certo, come capita a tutti. Per affrontarli mi sono affidata a tre regole. La prima regola è non aver paura della pressione. Perché è la pressione che ci aiuta a dare il meglio di noi stessi. La seconda regola che ho sempre impostato è il non riconoscere un passo falso come un fallimento perché da atleta devi essere consapevole che ci sono tanti mezzi per ottenere ciò vuoi. La terza regola: saper prendere le proprie decisioni. Aiuta ad essere responsabili della propria vita. Voglio che i miei figli siano autonomi nelle loro decisioni, sappiano ascoltare le proprie emozioni, imparando ad affrontare anche i loro timori. Arrivando a gestire tutti i tipi di difficoltà che la vita ci pone, non solo nello sport”.

Il concetto va applicato a qualsiasi disciplina sportiva, a prescindere dalle diverse metodologie di un singolo allenatore
“Ogni allenatore ha un proprio metodo perché è individualizzato e cucito addosso al singolo atleta. Magari quello che io utilizzo per i miei ragazzi non è adatto agli altri. Ogni spunto che arriva dagli altri sport può tornare utile. Penso ai risultati spettacolari di Federica Brignone alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, i due ori a dieci mesi dall’incidente bruttissimo alla gamba. Per me lei è la regina della resilienza. Anche a noi allenatori Federica insegna che nei momenti di difficoltà ci si può rialzare”. 

A proposito di Olimpiadi, il momento che ha rappresentato la svolta del campione Furlani è stato il bronzo di Parigi 2024 conquistato a 19 anni
“Sicuramente. A Parigi siamo arrivati in rincorsa, avevamo alle spalle solamente due anni di lavoro dedicati al salto in lungo come unica specializzazione. Solitamente i Giochi si costruiscono su un arco di tempo quadriennale. In pedana Mattia era molto leggero di testa. Riuscire a conquistare una medaglia in un contesto cui tutti aspirano, che può anche far paura per via dell’enorme importanza, è stato un punto di svolta. È la gara che ci porteremo nel cuore per sempre. Soprattutto lui”.

Le sfide del coaching al femminile e gli appuntamenti futuri

Con il bronzo Olimpico al collo Mattia è diventato più consapevole. Nel 2025 sono arrivati il titolo di campione mondiale indoor a Nanchino e l’oro più prestigioso ai Mondiali all’aperto di Tokyo. C’è il rischio che non riesca più ad essere leggero di testa adesso che è diventato un dominatore?
“Eh, si. Questo è il momento più difficile. La pressione fa parte del gioco e lui deve essere bravo a capire che gli avversari sono i suoi principali alleati. Tutto ciò coincide anche con il momento della sua crescita personale”.

Il concetto degli avversari come alleati è molto suggestivo
“Ho sempre detto ai miei ragazzi: i vostri avversari non li dovete mai vedere come nemici. Sono quelli che vi possono spronare a dare il meglio di voi. Quando concludete una gara dovete lasciare la pedana consapevoli e soddisfatti di aver dato tutto. Il risultato che portate a casa è il frutto di ciò che siete riusciti a dare soprattutto perché vi hanno stimolato i rivali”.

Lei è considerata meticolosa, una grande studiosa, iper-precisa. Il fatto di essere una donna le ha creato problemi? C’è stato qualche scetticismo in un ambiente in cui, numeri alla mano, sono in stragrande maggioranza gli allenatori uomini?  
“Il pregiudizio c’è sempre stato, l’ho combattuto per anni. Il nostro mondo non è maschilista ma prevale innegabilmente la componente maschile nel coaching. Ancora qualcuno si ostina a considerare le donne allenatrici quasi come incapaci. Ricordo alcune telefonate che ricevevo a casa: ma come lo alleni Mattia, che tipo di lavori svolgete?”

Come si controbatte a questo genere di domande che nascondono malizia o perplessità?
“Rispondevo, e rispondo sempre, con la solita frase: i nostri allenamenti sono a porte aperte, se avete qualche dubbio venite a trovarci”. (Khaty sorride…) 
“Ho le spalle abbastanza larghe e mi faccio scivolare tutto. Anche per questo non utilizzo i social, al di là di qualche sporadico post. Non leggo i commenti, sono consapevole che non si può piacere a tutti. La mia arma migliore è dimostrare con i risultati ciò che so fare”.

Quest’anno gli appuntamenti principali sono due, entrambi con il titolo di campione in carica da difendere. A breve i Mondiali indoor a Torun in Polonia (20-22 marzo). In estate gli Europei di Birmingham (10-16 agosto). Com’è strutturata la preparazione?
“E’ una preparazione tramite microcicli e macrocicli, tutti impostati seguendo la doppia periodizzazione indoor e outdoor. Un percorso preciso che dura dalle 16 alle 18 settimane. Noi abbiamo una struttura 2+1, cioè due settimane di carico e una di scarico. Le gare di avvicinamento ai due grandi eventi servono e serviranno a monitorare il lavoro svolto. La mia gestione settimanale non è una Bibbia scritta, nel senso che è passibile di modifiche in base alle esigenze che emergono”. 

È riconoscente a qualcuno in particolare?
“A tutti. Perché se io sono quello che sono, all’età di 55 anni, è grazie alle mie esperienze di vita. Ogni persona ha qualcosa da darci. Il mio grazie lo rivolgo a tutti coloro che si avvicinano a me, contribuendo a rendermi migliore. Mi piace essere attenta, ascoltare e soprattutto osservare. Cerco sempre di classificare il buono e il giusto”.

Nel vocabolario intimo di mamma-figlio e di allenatrice-allievo qual è l’ultimo scambio prima di una gara?

“A Mattia dico sempre le due parole d’ordine: fiducia e pazienza. Perché lui a volte ha la tendenza a scalpitare. E poi aggiungo la frase finale: dai il meglio di te stesso e divertiti!”.

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